IL BLOG DI NUDGE ITALIA

La “spinta gentile” funziona anche sugli psicologi

L’Enpap - Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi - ha spinto gentilmente i propri iscritti a versare contributi previdenziali più alti. Come? Utilizzando tre nudge (immagine).

NUDGE 1 - Prima di tutto, è stata modificata l’opzione di default: la percentuale di contribuzione da versare indicata di default, diversamente dal passato, è quella più alta; lasciando all’iscritto la libertà di scegliere se versare una percentuale più bassa.  

NUDGE 2 - Nel caso in cui l’iscritto scelga una percentuale di contribuzione più bassa rispetto a quella massima viene reso saliente che una contribuzione più bassa corrisponderà in futuro a una pensione più bassa.

NUDGE 3 - Viene fornito un feedback informativo rispetto all’indicatore di guadagno fiscale IRPEF (stimato in base ai redditi e all’aliquota di contribuzione scelta). 

Volete sapere gli effetti di questa spinta gentile realizzata da psicologi per altri psicologi? Leggete l’articolo pubblicato su Il Sole 24 ore:

https://www.ilsole24ore.com/art/risparmio/2018-12-03/cassa-psicologi-contributi-previdenziali-crescita-grazie-spinta-gentile–112347.shtml?uuid=AEsoCxoG

#IONONSPRECO arriva in Grecia

Ringraziamo il team della Nudge Unit greca in collaborazione con il Nudging Network norvegese per aver replicato, con sorprendenti risultati (un aumento del 10,38% di richieste di Foodie Bag), il nostro progetto “Porta a casa la tua FoodieBag



Per tutti i dettagli dell’esperimento andate al seguente link:

https://nudgeunitgreece.com/en/work/projects/food-waste-nudge/

Ridurre il consumo di zucchero con una spinta gentile

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Generalmente le persone tendono a scegliere sulla base dell’opzione di default vigente. In altre parole, preferiscono lasciare le cose come sono “scegliendo di non scegliere”.

Se tale strategia talvolta può risultare quella migliore, spesso accade il contrario. Poco o per niente consapevoli, non valutiamo le conseguenze delle nostre “non scelte”. Individuare i casi in cui l’opzione di default fornita risulti incompatibile con il raggiungimento del benessere individuale e della comunità è un fondamentale punto di partenza per orientarci verso scelte più funzionali.


L’opzione di default è una tra le tecniche di nudging più utilizzate per orientare le persone verso scelte sostenibili. Negli Stati Uniti il 40% degli aventi diritto ad un piano pensionistico non effettua alcuna scelta: l’opzione di default consente a tutti di essere iscritti a un piano senza doverlo richiedere. (Thaler e Sunstein, 2008)

In considerazione della sua efficacia e semplicità di applicazione, tale tecnica è molto utilizzata anche nell’ambito della salute. Un caso emblematico che ne mette in luce l’efficacia è quello presentato da Johnson e Goldstein (2003).

I due studiosi hanno messo a confronto la percentuale di donatori d’organi in diversi paesi dell’Unione Europea. In alcuni di questi tale percentuale risulta molto bassa, non andando mai oltre il 30%. In altri paesi, invece, sale in maniera estremamente significativa, sfiorando in diversi casi il 100%. La differenza? L’opzione di default che regolamenta le donazioni d’organi. Nei primi è infatti previsto il consenso esplicito, ovvero le persone devono attivamente scegliere di essere donatrici per poter esser considerate tali. Nei secondi, al contrario, l’opzione di default vigente prevede che le persone dichiarino in maniera esplicita di non voler essere donatrici.

Un po’ (troppo) zucchero

Il team di ricercatori di Nudge Italia e Ogilvy Change ha recentemente utilizzato lo stesso principio per ridurre la quantità di zucchero assunta dalle persone che frequentano i bar.

A tal fine è stata condotta un’osservazione diretta per rilevare la quantità di zucchero utilizzato mediamente dalle persone per ogni bevanda calda consumata all’interno di un bar di Catania. Sono state considerate le 2 principali tipologie di zucchero (di canna e bianco), oltre al dolcificante e al fruttosio. Sia la rilevazione iniziale che l’intervento hanno avuto una durata 6 giorni. 

L’ipotesi era quella per cui le persone tendessero a scegliere la quantità di zucchero da versare nella loro bevanda su base unitaria (numero di bustine) piuttosto che basandosi sulla reale quantità di zucchero contenuta all’interno delle bustine (grammi di zucchero).

Durante la prima settimana di osservazione, le bustine utilizzate erano quelle comunemente messe a disposizione dal gestore del bar e contenevano 7,5g di zucchero. Quest’ultime sono state sostituite nella seconda settimana con bustine di zucchero da 4g.

I dati hanno mostrato come, durante la prima settimana, le persone consumassero in media 5,83g di zucchero, mentre nella seconda 3,05g, confermando le ipotesi iniziali.

Zuccheri “in borghese”

Al momento dell’acquisto, la differenza in termini di grammi nelle bustine di zucchero non è normalmente presa in considerazione dai gestori dei bar, ma solo il peso totale della confezione acquistata paragonato al prezzo. Basterebbe porre un po’ più di attenzione in questa fase per fare in modo che la gente consumi meno zucchero, oggi presente in troppi cibi e bevande e considerato causa di molti problemi di salute. Già nel 2014 l’OMS aveva indicato un consumo di zucchero da dimezzare (al massimo 5 cucchiaini al giorno). Il “nuovo” limite di 25 grammi al giorno è molto più facile da superare di quanto si pensi: per raggiungerlo basta consumare nella giornata tre cucchiaini di saccarosio (il comune zucchero da cucina), 4-5 frollini (30 grammi) e un cucchiaio di ketchup, che probabilmente non avremmo neppure immaginato potesse contenere zucchero. E’ da notare inoltre che molti alimenti apparentemente “innocui” sono in realtà altrettanto zuccherini, con la differenza che spesso lo si nasconde bene sulla confezione, spostando il focus su ciò di cui il prodotto è “free”( fat-free, palm oil-free, OGM-free…).

Nonostante la ricerca sia stata condotta all’interno di un club di fitness, dove si presume che le persone facciano più attenzione alla linea, sembra plausibile pensare che lo stesso tipo di ricerca, con un campione più ampio di persone e condotta all’interno di un comune bar, possa confermare ulteriormente le ipotesi di ricerca.

 A cura di Mariateresa Volpe

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